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Un Buon Leader Comprende i Suoi Collaboratori

Un Buon Leader Comprende i Suoi Collaboratori

In un passato articolo abbiamo preso in esame la prima caratteristica della leadership, la competenza, ma già nelle parti conclusive dell’articolo avevamo accennato ad un’altra importante dote di un leader. Ricordate quando, parlando del bravo direttore commerciale (o comunque di un nostro valido collaboratore, e non pensate subito “..se ne avessi!”) dicevamo che per lui era importante “condividere e soprattutto relazionarsi con qualcuno per i progetti che decide di portare avanti”?

Ebbene, questo riuscire a condividere e relazionarsi con qualcuno è ciò che sta dietro alla comprensione, che, aggiunta alla competenza già citata, indica la caratteristica che più rappresenta un leader.

Leader e Comprensione

Comprendere qualcuno non è solo capire ciò che ha detto. Indubbiamente aver veramente ascoltato ciò che il nostro interlocutore ha da comunicare sarebbe già un grandissimo passo avanti; quante volte infatti, mentre qualcuno prova a raccontarci qualcosa o esprimerci un problema o un’idea, siamo fisicamente lì con lui ma mentalmente occupati da altre problematiche? O semplicemente pensiamo che lui voglia dirci “quella cosa” e così, dando per scontato tutto ciò che viene dopo le prime cinque o sei parole, lo interrompiamo con “si si, ho capito perfettamente cosa vuoi dire, adesso però…” e lo mandiamo da qualche altra parte?

Bene, come al solito, per comprendere bene, immaginiamo che qualcuno lo faccia a noi mentre cerchiamo di esprimere un qualunque concetto. Da fastidio e ci si sente frustrati! Ed invece come ci piacerebbe essere gestiti? Sicuramente, come prima cosa, vorremmo avere la possibilità di comunicare veramente con il nostro capo, poter veramente dire ciò che pensiamo, ragionare insieme e tirar fuori le soluzioni, insomma, per poter comprendere il suo responsabile, direttore, commesso o chi per lui, un capo deve aver la capacità di comunicare con lui e con chiunque si interfacci con l’area che gestisce (dove per comunicare non intendiamo che il capo parla e gli altri ascoltano, ma che la comunicazione è libera in entrambi i sensi, e ovviamente completa di ascolto!). Ma la comprensione non si limita a questo.

Mister Hubbard lega la comunicazione ad altri due fattori fondamentali che la completano per renderla vera comprensione: un leader deve infatti provare affinità per le persone che gestisce e avere realtà, ossia vedere le cose e le persone con le caratteristiche che realmente hanno e non interpretarle secondo il proprio punto di vista analizzandone solo qualche aspetto, per le circostanze in cui opera.

Fattori Interconnessi

Vediamo di capire meglio questo concetto. Prendiamo ad esempio sempre il nostro bravo direttore commerciale. Il suo capo, come prima cosa, deve aver piacere a stare con lui (affinità), diciamo che gli deve “voler bene”, essere disposto a stare con lui nella stessa stanza, accanto a lui pronto ad ascoltarlo. L’affinità ha molto a che vedere con la distanza che sussiste tra due persone o cose; avete presente quando siete arrabbiati con qualcuno? Bene, lo volete lontano da voi e lo volete respingere, quella è mancanza di affinità. Al contrario con vostro figlio vorreste abbracciarlo fino a stritolarlo, quella è grande affinità! Non voglio dire che dobbiamo abbracciare il nostro direttore commerciale, ma sicuramente deve esserci quel piacere a stargli accanto, piacere che deriva dal fatto di avere diversi punti di accordo con lui. E qui entriamo nel reame della “realtà”. Per avere realtà con qualcuno o qualcosa dobbiamo avere “lo stesso punto di vista”, o meglio essere d’accordo con lui su qualcosa. Realtà è strettamente collegata con il concordare su qualcosa. Ad esempio se siete d’accordo con il progetto che ha fatto, avrete una realtà in comune, al contrario se semplicemente non condividete il suo modo di parlare o di scrivere, beh, sarete in disaccordo e non avrete realtà con lui. Con questo non intendiamo assolutamente che si debba accettare tutto di tutti, ma ci si deve allenare a vedere quali sono i punti con cui si può concordare di qualcuno; lavorando su quelli, magicamente, aumenta il nostro piacere ad essere vicino a quella persona e, infine, la comunicazione esiste ed è efficace, proprio perché parte da punti di accordo.

Se avete litigato con vostra moglie (o vostro marito), invece di continuare a cercare di aver ragione su quel disaccordo, o mandare giù il rospo, provate a ricominciare da punti su cui siete d’accordo. Comunicando su questi ci si riavvicina un po’, trovandone altri e continuando a comunicare ci si avvicina ancora, realtà, comunicazione ed affinità stanno aumentando, e la conseguenza è che aumenta le comprensione, composta proprio da queste tre caratteristiche. Se continuate su questo passo avrete un tale livello di accordo ed affinità che sarà possibile affrontare quel tema, su cui precedentemente si era scatenata la litigata, e risolverlo con una semplicità e serenità assolutamente inaspettate!

Quindi, riassumendo, un buon leader deve essere competente e deve essere disposto a comprendere, e quindi provare affinità, comunicare ed avere realtà in comune, con le persone ed aree che deve gestire. Ricordatevi, affinità, realtà e comunicazione sono interdipendenti e indissolubilmente collegate tra loro; non potrete mai comprendere qualcuno se tutte e tre non sussistono!

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Dirigere: la Capacità di Far Fare Veramente un Lavoro ad un Nostro Collaboratore

Dirigere: la Capacità di Far Fare Veramente un Lavoro ad un Nostro Collaboratore

In questo articolo voglio parlare dell’argomento del “dirigere” perché una delle domande più comuni che ci vengono rivolte da dirigenti, manager ed imprenditori è “come si effettua veramente una delega?” o “come faccio sì che un collaboratore esegua ciò che gli ho chiesto?”.

Partiamo come sempre da un presupposto: quel collaboratore ha chiaro il risultato che deve portare? E, non di secondaria importanza, ha l’autonomia per portarlo?

Voglio cercare di spiegar meglio questo secondo punto. Il lavoro di un dirigente (che si occupi di un gruppo di impiegati, operai o altri dirigenti) è quello di far sì che colui che viene diretto faccia il lavoro. Non deve essere il dirigente stesso a svolgere il lavoro o parte del lavoro… e questo include anche e soprattutto le decisioni relative a quel compito.

Facciamo un esempio: diciamo che il nostro addetto marketing deve fare una nuova lettera informativa. È lui l’incaricato e lui è formato per riuscire bene in questo compito (almeno in questo esempio diciamo che la persona è veramente formata). Ora, cosa può accadere: il nostro addetto marketing viene da voi e vi chiede se il soggetto dei “nuovi materiali nel mercato” è un soggetto valido per la lettera informativa. Vi sembra normale, no?

Ebbene, non è per niente normale! Quella è una decisione che spetta a lui! Lui deve sapere quali sono gli argomenti corretti per il suo pubblico e lui deve decidere cosa va bene per mantenere comunicazione con i clienti! Vi ricordate… Abbiamo detto che è formato! Il fatto che venga da voi e vi chieda se la sua decisione va bene (che già sarebbe un passo avanti) o addirittura vi chieda su cosa scrivere la lettera informativa, è invece un indicatore del fatto che quella persona non sta veramente svolgendo il suo compito! Sarò ancora più cattiva… Il fatto che voi, come suo manager, vogliate decidere quale argomento prendere o essere certi che l’argomento che sceglie sia consono è l’errore, comunissimo, ancora più grande che potete fare! Quante volte vi siete trovati infatti a decidere per il vostro collaboratore?

Obietterete… ma lui non può decidere, non è in grado… allora due sono le cose: o lo formate così che possa essere in grado o ci mettete qualcun altro che possa essere in grado! Altrimenti vi trovate sempre voi ad essere responsabili di quel posto e, nonostante possa esserci qualcuno che svolga i compiti esecutivi di quel ruolo, non sarà mai né mai potrà esserne il vero responsabile, perché la parte di responsabilità reale per quella funzione non gli viene permesso di farla!

Mi rendo conto che sto andando contro abitudini e certezze radicate, nonché problemi comuni e difetti altrettanto soliti, però un buon manager, per essere tale e per poter veramente delegare una funzione, deve davvero avere il coraggio di passarla completamente alla persona nuova incaricata. Ci vuole pazienza, ore di lavoro, controllo e continua supervisione. Occorre, tempo da dedicare davvero a quel collaboratore! Voi siete un manager? Ebbene, il vostro lavoro è far fare il lavoro, non farlo voi, e se non avete quelle ore di tempo da dedicare al delegare un certo compito a qualcuno, incluse le decisioni che lo caratterizzano, non potete veramente fare il manager. Sarete solo sovraccarichi, stanchi e arrabbiati con i vostri collaboratori che sembra non si prendano mai la responsabilità! Per delegare ci vuole chiarezza e assistenza, sedersi accanto al collaboratore e vederlo operare, correggerlo e dargli spinte per andare avanti e superare le difficoltà. Ore di lavoro con lui. Ma se avete il coraggio di dedicargli quelle ore con pazienza e dedizione avrete poi un collaboratore completo, capace, formato ed indispensabile. Questo non vuol dire che poi non dovrete seguirlo più o che la cosa vada fatta tutta insieme; ovviamente la si fa con un gradiente, un pezzettino per volta… ma la decisione di farla è il primo passo!

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Leadership: Che Cos’è e Cosa Significa

Leadership: Che Cos’è e Cosa Significa

La leadership è senza dubbio un argomento estremamente trattato ed approfondito; molti seminari sono organizzati sul tema e decine di aziende di formazione tendono a specializzarsi in training per sviluppare in manager e responsabili questa “qualità”. Ma in cosa consiste veramente la leadership? O meglio, per poterla comprendere più a fondo, quali ne sono le sue caratteristiche?

Potremmo rispondere “la forza”, “la capacità di comando”, “la grinta”, ma forse la parola che più di tutte può rispondere alla domanda è “il carisma”. Lo possiamo riconoscere in molti veri leader del passato e del presente, coloro che vien voglia di ascoltare, che ci fanno sognare e di cui siamo fieri di portare avanti le idee… Già, e per noi cosa vuol dire? Di cosa è fatto il carisma?

Definizione di Leadership

Vediamone la definizione sullo Zingarelli: “Prestigio personale derivante da innate capacità di comando, da forza di persuasione e simili”. Leggendola molti di noi potrebbero sentirsi un po’ frustrati… “innate capacità di comando” in fondo mi indica che o le ho o non le ho! Insomma o nasco capace di guidare (non dimentichiamoci che leader viene dall’inglese “to lead”, che vuol dire per l’appunto condurre, guidare) oppure, anche se mi viene data la responsabilità di un settore, se non ho questa fortuna dalla nascita avrò difficoltà! Analizzando la storia pochi uomini hanno veramente avuto questa grande qualità “innata”, e sicuramente siamo in grado di elencarli, ma, nella nostra realtà quotidiana a cosa ci serve?

Ho una buona notizia: la leadership, in realtà, è composta di tante caratteristiche che, se definite e comprese, possono assolutamente essere allenate! Il signor Hubbard, nei suoi scritti, ne ha fatto un esploso davvero interessante e vedrò di riuscire a darvene qualche spunto. Quale potrebbe essere la qualità fondamentale della leadership? La forza? La grinta? L’autorità? No, la competenza.

Immaginate per un attimo di non essere voi il capo, sicuramente vi sarà capitato, ebbene, rispondereste davvero agli ordini di qualcuno che non è competente? Seguireste gli ordini, ad esempio, di un responsabile di sala che è stato messo lì per motivi oscuri e che non ha esperienza e non sa come veramente organizzarsi? Forse per un po’, perché siete molto rispettosi oppure perché altrimenti perdete il lavoro, ma nel vostro intimo considerereste quel personaggio un vostro leader, un esempio da seguire? No, sicuramente no, e, nel momento di difficoltà, andreste invece da quel collega che la sa lunga ed ha ogni risposta! Quasi ogni collaboratore cerca aiuto per far bene il suo lavoro! Vuole risposte alle sue tante domande che con difficoltà tira fuori al suo capo autoritario… lo teme! Figuriamoci se poi quel capo non è nemmeno competente! Non verrà proprio preso in considerazione!

Facciamo un altro esempio in un settore commerciale. Inserisco un nuovo direttore che ha molte conoscenze, è di ottima famiglia, si presenta bene, è andato alle migliori università e si è laureato con il massimo dei voti. Ha preso poi un master negli Stati Uniti e conosce davvero il mondo! Certo, tutte cose ottime, ma… ha mai venduto? Ha mai sperimentato cosa vuol veramente dire fare una proposta commerciale, gestire le più assurde esigenze della clientela, il venditore che dimentica di inserire alcune clausole, il cliente che da per scontati una marea di optional, la differenza di richieste dei vari pubblici che serviamo, la depressione del commerciale che non riesce a farsi accettare delle proposte? Può sicuramente imparare se è una persona di valore, ma nel frattempo la nostra squadra a chi farà riferimento? Sceglieranno quello più disponibile ad elargire consigli e, molte volte, colui che ottiene più risultati!

E se noi stessi non siamo competenti in quel settore?

Non voglio certo dire che dobbiamo sapere tutto di tutto, è ovviamente impossibile, ed esistono degli specialisti che vengono inseriti in un gruppo di lavoro per fare lavori particolari. Ma non vuol dire nemmeno che, siccome esistono gli specialisti, non ne sappiamo assolutamente nulla delegando completamente il lavoro ai nostri collaboratori! Anche perché lo specialista deve essere seguito, si deve relazionare con qualcuno… chi volete che elegga come suo leader?

Nel caso del direttore commerciale, immaginando questa volta di aver scelto una persona davvero competente, avrà assolutamente bisogno di condividere e soprattutto relazionarsi con qualcuno per i progetti che decide di portare avanti. Avrà piacere a sentirsi compreso e trovare qualcuno che vede il valore di ciò che sta facendo! Ebbene, quel qualcuno deve essere il suo capo, anzi, il suo leader, colui che rappresenta l’azienda e ne porta avanti lo scopo con altrettanta passione e dedizione.

Ma qui stiamo entrando in un’altra caratteristica! E… giusto per non confondervi troppo le idee… ne parleremo la prossima volta! Per terminare invece sulla competenza, nel caso in cui ci rendessimo conto di non essere noi stessi sufficientemente competenti in un settore, diamo pure l’incarico al nostro specialista, ma nel frattempo tocca a noi studiare e prepararci così da poter capire veramente il suo lavoro e poter comunicare comprendendosi! Buon lavoro!

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Selezione del Personale: Il Primo Passo Per Creare Un Team Vincente

Selezione del Personale: Il Primo Passo Per Creare Un Team Vincente

Avete mai pensato che mentre fate selezione del personale per la vostra azienda in realtà state facendo il primo passo verso la creazione di un team vincente. Ma perché?

Quotidianamente ci troviamo a relazionarci con centinaia di persone, nostri collaboratori, clienti o uomini e donne qualunque, che incontriamo per strada, in banca o al supermercato.

Spesso, sicuri della nostra esperienza e di come ci comporteremmo noi stessi, siamo pieni di aspettative relative ad atteggiamenti, modi di fare e di relazionarsi, ed altrettanto spesso possiamo rimanere delusi di quanto accade.
Quante liti, mal comprensioni e difficoltà derivano dal non essersi capiti?

Meglio non rispondere a questa domanda (sarebbe retorica) ma analizzare il problema.

Come mai, quando do un compito al mio “collaboratore preferito” riesce ad eseguirlo al meglio, nonostante i suoi mille impegni, e invece, se sperimento con l’altro, col quale non ho mai veramente legato, non ottengo lo stesso? Eppure ambedue tecnicamente sono preparati, da curriculum vitae a volte “l’altro” dovrebbe essere più bravo…

Molte scuole di pensiero ci fanno riflettere sul fatto che dipende da noi, che il nostro modo di porci e gestire la persona influenza tutto, che la comunicazione non verbale condiziona la comprensione, ed altro. Sono riflessioni assolutamente vere, niente da dire, ma c’è un qualcos’altro che non viene osservato: sicuramente se devo preparare una sala per un meeting cercherò di dare il meglio per rispondere alle esigenze del cliente, ma di che qualità sono le mie sedie, i miei tavoli e le altre attrezzature?

Mi spiego meglio, qual è la “qualità” del mio interlocutore? E non parlo qui di qualità tecnica, ma proprio di quella sorta di “forza che lo spinge a superare in maniera costruttiva gli ostacoli che la vita ed il lavoro gli propone”. Quanta “energia vitale” ha quella persona?

Mi direte che non ci riguarda, sono cose personali… eppure quello è il primo, assoluto elemento da prendere in considerazione quando ci si relaziona con una persona per qualunque scopo, a maggior ragione quando si fa selezione del personale.

Ho bisogno di sistemare la reception, ordinare gli arrivi e preparare le partenze… quando c’è “Giorgio” le cose vanno per il meglio, mentre con “Marco” sorgono spesso problemi. Non è una questione di preparazione tecnica (certo, non voglio qui dire che una persona che non abbia istruzione sul suo compito vada benissimo, ma sicuramente, se molto”viva” impiegherà pochissimo ad impararlo e lo farà al meglio in breve!) ma di come si affrontano le difficoltà quotidiane.

Ci sono persone che mettono a disposizione la loro capacità di percepire e risolvere problematiche in toto, altre che ne utilizzano solo una parte, è come decidere di andare in macchina con una persona solo parzialmente lì presente per guidare… lo fareste?

Io non affiderei la mia vita a qualcuno così, eppure, costretti dall’ignoranza e dall’urgenza, molto spesso lo facciamo nelle nostre faccende quotidiane “sperando” che le cose vadano bene. Come uscirne? Beh, il più semplice consiglio è imparare ad osservare chi abbiamo di fronte, e parlo di osservare veramente, non pensare di vedere, altrimenti cadiamo anche noi nella trappola di chi usa la sua “energia” solo parzialmente!

Perché solo chi è in grado di vedere cosa lo circonda può affrontarlo con efficacia. Chi si perde in “penso che sia così” – perché è la sua idea e non ciò che osserva – rischia di trovare molte soluzioni teoricamente efficaci ma che poi tendono a scontrarsi con la realtà dei fatti (e quello è un indicatore del livello di “energia” della persona).

Esistono moltissimi altri indicatori in grado di darci la risposta su quanta “carica” abbia quella persona, e vengono tutti trattati ampiamente da L. R. Hubbard nel suo approccio non psicologico alla gestione di successo del personale in azienda. Un altro esempio potrebbe riguardare come parla (non intendo se usa il dialetto o un perfetto italiano!) ma quali sono i soggetti preferiti… normalmente ama discutere di cose belle e creative o preferisce parlare dell’ultimo scandalo? Ci racconta le “ultime notizie” del TG o ci porta l’idea di qualche iniziativa migliorativa?

Fateci caso (ho citato solo due esempi ed una completa e corretta valutazione si ha intrecciando tre o più di questi parametri, ma già abbiamo indicatori molto interessanti). Altro punto potrebbe essere “come reagisce di fronte ad un problema”? Si agita o si interessa, si impaurisce o si annoia? Vien da sè che se si agita, si impaurisce o si blocca… ha poca energia, al contrario la persona normalmente usa un atteggiamento sinceramente interessato è carica di capacità di far fronte al suo lavoro e non solo.

Per farci un po’ di pubblicità e darvi qualche soluzione in più ci fa piacere informarvi che l’abc di questo soggetto lo trattiamo in uno dei nostri seminari e, se avete piacere, potete consultare il nostro sito per verificare quale data può farvi comodo, ma mi permetto un ultimo consiglio, per ora, circondiamoci di persone vive, è molto più facile gestirle e formarle, sono pronte a ricevere e ci faranno avere molti meno fallimenti!

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Etica Professionale

Etica Professionale

Negli ultimi anni l’etica professionale è diventato un argomento sempre più caldo e gettonato. Molte aziende la ricercano e la disegnano nei loro siti internet, all’interno della mission o quando preparano un’accurata descrizione del loro modus operandi. In nome dei principi etici sono nate iniziative di gran valore: esiste la banca etica, finanziamenti etici, commissioni che certificano “aziende etiche”; tecno etica e bio etica sono sempre più prese in considerazione, insomma l’etica è divenuta un’esigenza, una moda ed un desiderio da parte dei più.

Ma cos’è veramente l’etica?

Cosa vuol dire e cosa comporta gestire eticamente la propria azienda?

Sicuramente si parla di maggior trasparenza, ma soprattutto di principi da condividere che diventano la spina dorsale dell’azienda. Etica professionale significa molto più del semplice rispetto delle regole; per inciso, a volte (non me ne vogliano i più rigidi!), il rispetto di una regola può portare ad un grave danno (è raro, ma può succedere, soprattutto se non è più attuale). Etica quindi è qualcosa di molto più personale, come la definisce il sig. Hubbard, è il fare qualcosa che, in un determinato momento, crea un grande beneficio ai più.

Un imprenditore etico, in qualunque settore, è colui che non solo rispetta le leggi e gli accordi presi, ma che trasforma questa filosofia nella sua linea di vita, influenzando il suo ambiente e, necessariamente, la sua azienda. Quando ci troviamo in contatto con persone così, che agiscono per il bene, semplicemente abbiamo piacere a condividere attimi del nostro tempo e, spesso, desideriamo creare progetti e business con loro, così capaci di vincere senza necessariamente scendere a compromessi.

Indubbiamente questa mia affermazione può essere molto impopolare, molti possono sentirsi toccati e criticare quanto su detto… ma voglio farvi riflettere su di una cosa, visto che appena passata Pasqua dobbiamo sentirci più buoni!

Etica Professionale e Criticismo

Guardiamo quel nostro collaboratore sempre così critico ed arrabbiato… guardiamolo a fondo. Perché è così critico? Perché ha tanti problemi? Perché la vita con lui non è stata clemente? Sicuramente, senza andare troppo sul mistico, non tutti possono vantarsi di avere una buona stella, ma tenendo in seria considerazione il principio che ognuno è causa nella sua vita, molte situazioni potrebbero essere risolte… eppure a quel nostro collaboratore, nonostante tutte le volte in cui qualcuno ha provato a dargli una mano, qualunque consiglio per altri valido gli è praticamente scivolato addosso senza lasciare alcuna traccia.

È avvolto da una sostanza idrorepellente o c’è qualcos’altro? La risposta è piuttosto ovvia, non è in condizione di prendersi responsabilità e cura di qualcosa. Perché? Perché quando si comincia, nel tentativo di risolvere un problema, a fare scelte che non generano benefici ai più (magari sono valide solo per chi l’ha fatta… e solo per breve tempo) si comincia anche a scendere lungo la spirale che al fondo porta al totale non rispetto della propria integrità.

Facciamo un esempio semplice: la signora Maria, cameriera ai piani in un hotel, trovando qualche spicciolo sul comodino della camera 33 pensa, “tanto sono usciti, cosa vuoi che siano 4 euro… li hanno dimenticati!” e con quelli si compra un caffè. Ora, quella stupidaggine, la turberà per qualche istante, se dovesse incontrare i signori della stanza 33 e si sentirebbe a disagio… ma per poco, infondo sono solo 4 euro! Già, e per quei quattro euro comincia a distruggersi. Avendolo fatto una volta lo ripeterà, in fondo non c’è nulla di male, e glieli avrebbero sicuramente lasciati come mancia…” e dai 4 euro pian piano aumenta, magari un braccialetto, o un paio di scarpe, lei è così sfortunata…

Ora, invece dei signori della stanza 33 arriva la governante che le chiede come va il lavoro. Lei sa cosa ha fatto, e per quanto “pelo si possa avere sullo stomaco”, qualche dubbio le viene “ma perché mi chiede questo? Non si fida?” e risponderà un po’ piccata. Perché? Perché la governante, semplicemente facendo una domanda, è andata a toccare un piccolo nervo scoperto. La difesa è l’attacco e la signora Maria risponde male, scocciata, magari criticando l’hotel perché non le da tempo sufficiente per fare le camere! Questo comportamento può considerarsi giusto in quanto ad etica professionale?

Etica Professionale o Etica Personale

Se l’esempio precedente ti appare inverosimile allora facciamo un altro esempio e pensiamo a quando noi stessi abbiamo fatto qualche piccola “marachella” tipo a 170 in autostrada con la polizia che spunta dalla rampa… qual è la nostra sensazione? Disagio, ve lo assicuro! Rallentiamo e preghiamo che non avessero in funzione l’autovelox! E poi, se dovessero fermarci, tiriamo fuori un sacco di giustificazioni sul perché dovevamo correre! Tutto ciò per sottolineare come l’essere umano odi avere torto ed odi ancor di più essere preso in errore. La reazione sono giustificazioni (che sono molto lontane dal prendersi responsabilità vera) e… il perpetuarsi dell’errore! (in fondo l’ho giustificato, quindi reso giusto!) questo porta anche a un forte criticismo: se la persona o la cosa contro cui ho violato la regola è “brutta o negativa” il mio errore diventa assolutamente meno grave!

Torniamo alla signora Maria, se l’hotel e la direzione sono visti come arpie che mai premiano e sfruttano solo… beh, in fondo, prendere quei 4 euro diventa quasi giusto!

E torniamo a noi… perché a volte l’imprenditore è così stressato, nervoso e critico? Perché invece di rispettare la sua integrità, le regole che lui stesso ha deciso e messo in azienda, sta facendo altro, nel tentativo, vano, di risolvere definitivamente il problema.

Siamo a primavera, facciamoci un regalo, e decidiamo di riprenderci l’onore di rispettare quei principi a noi così cari, a volte così profondamente seppelliti nel nostro intimo perché così duri da guardare. È dura, a volte è veramente dura, ma quando riusciamo a vincere nel rispetto primo delle nostre regole, nel fare ciò che per noi davvero è giusto, beh, il sapore di quella vittoria è davvero dolce! E come possiamo capire se ciò che stiamo facendo, semplicemente nel trattare gli altri è in linea con la nostra integrità?

Ditevi: “ma se lo facessero a me, mi piacerebbe?” e se la risposta è no… ecco che avete un metro di misura per la vostra etica professionale e specialmente personale.