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Quale Mio Dipendente Può Diventare un Vero Leader?

Quale Mio Dipendente Può Diventare un Vero Leader?

Recentemente come parte del nostro percorso di formazione aziendale stiamo tenendo un corso dal titolo “Sapere di chi potersi fidare”. Materia del corso è ovviamente il comportamento umano analizzato in tutte le sue sfaccettature.

Tra le domande più frequenti e le riflessioni più comuni c’è quella relativa a come riconoscere se un individuo è effettivamente in grado di guidare un team di persone o meno.

Certamente quando s’identifica un responsabile si vuole qualcuno che abbia competenze tecniche e che abbia ottenuto risultati in quel campo, così da poter guidare i suoi uomini. Di solito si scelgono persone che appaiono molto piene di energia.

E fin qui sembra tutto filare.

Il punto è che a volte si confonde l’energia effettivamente positiva, legata all’entusiasmo e al forte interesse nei confronti del prossimo, che caratterizza un buon capo, a quella “autoritaristica” e dura legata invece al voler vincere a discapito di altri.

Mi Spego Meglio Con Un Esempio: Tre Dipendenti ma un Solo Leader

Diciamo che dobbiamo nominare un nuovo responsabile di produzione. Potremmo sceglierlo all’esterno o promuovere uno dei ragazzi che già lavorano in azienda. Decidiamo quindi di fare prima dei colloqui interni perché convinti che sia la cosa migliore (e onestamente un’azienda che vuole far crescere le proprie risorse è sempre vista meglio!).

Parliamo con tre persone che hanno i requisiti tecnici, magari con alcune lacune ma consideriamoli più o meno paritari su questo aspetto, e analizziamo invece l’attitudine alla gestione di un gruppo. Intanto da cosa la possiamo valutare?

Parliamo con il primo, chiamiamolo Mario, e vediamo che è un tipo tranquillo. Ha una buona considerazione dei suoi colleghi, li reputa capaci, è prudente nell’immaginare una crescita e attento a non sbilanciarsi troppo nel fare voli pindarici. Non è bravissimo a prendersi cura delle grosse grane e a volte le affronta con un po’ di ritardo. Quando gli chiediamo come vede il futuro del suo settore ci risponde “mi piacerebbe farlo pian piano migliorare, ma non voglio fare il passo più lungo della gamba. Sarebbe giusto inserire qualche altra competenza tecnica ma aspettiamo che passi questo periodo…” insomma, prudente, moderatamente positivo, cortese e conservatore. A volte un tipo così ci annoia!!! Ci piacerebbe avesse un po’ più di verve…

Parliamo poi con il secondo, Antonio. È sempre stato uno che parla chiaro e dice quello che pensa, apertamente, a volte ferendo i colleghi per amore della verità. Nonostante voglia bene ai colleghi è critico nei loro confronti e pensa che andrebbero un po’ “svegliati” e spinti per fare di più. È ambizioso e pensa che deve avere successo, e ci racconta, infervorato, come sia ingiusto che le persone non possano riuscire a realizzare i loro sogni e come la società di oggi sia negativa. È bello tosto, pensiamo… e spinge con determinazione…

Parliamo poi con il terzo, Paolo, che apparentemente è tutto sorrisi. Ci dice che si sente onorato della nostra scelta, che alla fine lo sapeva che avremmo visto il suo valore e che non potevamo essere così ciechi. Comincia a raccontarci che farà certamente il meglio ed eseguirà le direttive, visto che fino ad oggi non c’è stato nessuno che effettivamente lo ha fatto, e lo dice con tono tranquillo e sorridente. Ci suggerisce poi, per il nostro bene, di guardarci da Mario, che è così benvoluto perché … e ci racconta un piccolo pettegolezzo sul collega, giusto perché dobbiamo saperlo… Usciamo dal colloquio confusi. Sembra essere l’uomo giusto ma c’è qualcosa che non torna. Tecnicamente è preparato ma…

Ora vi faccio una domanda, voi chi avreste scelto?

Facciamo un gioco. Vediamo cosa succederebbe al reparto con ognuno dei 3 a capo.

Partiamo da Antonio. In lui abbiamo riconosciuto energia, grinta e determinazione. Certo, è un po’ duro e critico, però in fondo dice la verità. Ed è vero ma…

Se guida i suoi uomini pensando che non sono capaci dovrà spingerli, si arrabbierà tantissimo perché non eseguono gli ordini ma non si fermerà a formarli o aiutarli perché, dal suo punto di vista, la motivazione della non esecuzione è disciplinare e non tecnica. Urlerà in reparto, cercherà di dominare i collaboratori e li guiderà con un livello di emozione che noi amiamo chiamare “antagonismo”. Vinco io e perdi tu, dimenticando che devono vincere insieme. Farà una fatica nera e non si renderà conto che tutta quella grinta e quelle parole dure, senza una guida che è in grado di correggere l’errore ma di validare il risultato, renderanno i suoi uomini totalmente dipendenti dai suoi ordini, troppo impauriti a prendere qualunque iniziativa per paura delle conseguenze. Lui vuole vincere, ma a scapito di altri, e così non funziona.

Prendiamo allora Mario. È un buono, ma coinvolge i colleghi. Si fa voler bene e gli vuole bene. Li spinge con prudenza, e lì va certamente allenato, ma li coinvolge e gli spiega. Non pensa che se sbagliano lo fanno per malafede ed è convinto di poterli far migliorare, piano piano… è costante nel portare avanti i progetti e non molla mai. È leale, ci dice la verità, con prudenza, è razionale e a volte noioso, ma il risultato arriva. lo vediamo vicino ai collaboratori che li affianca e non si stanca, cresce, piano piano, e alla fine siamo contenti della scelta fatta. Dobbiamo farlo migliorare, è vero, deve imparare ad usare più energia e lanciarsi di più, ad osare e ad entusiasmare, interessandosi sempre di più a tutto ciò che lo circonda, ma ci si può lavorare…

E se avessimo scelto Paolo? Lui è bravo, gli altri no! Lui ci dice tutto quello che non va, è professionista del gossip, ma si dimentica della produzione. Attorno a lui ci sono una marea di progetti iniziati che casualmente non riescono ad essere portati a termine perché i collaboratori sono davvero un problema. Il gruppo comincia a sgretolarsi. I migliori, stanchi di sentirsi sottilmente umiliati vogliono andarsene… eppure eravate d’accordo con il fatto che serviva qualcuno che facesse rigar dritto il gruppo!!!

Qual è la morale?

Troppe volte l’imprenditore ha un problema in un’area. Non sta riuscendo a gestirla perché sovraccarico o per una serie di infinite ragioni. Lui sa che dovrebbe occuparsene e il non farlo lo porta, automaticamente, ad essere un po’ “ostile” a quell’area.

In fondo è per lui sorgente di problemi. Trova così qualcuno che, d’accordo con lui, dice che effettivamente bisogna farla rigare dritta o, peggio, ci fa vedere come solo lui è in grado mentre gli altri no… e l’imprenditore, che ha già l’idea che quell’area è un problema (perché per lui è un problema) tende ad essere d’accordo con chi ne è critico. Sceglie quello… e si ritrova con un problema ancor più grande! Un po’ come mettere una sedia davanti all’armadio in cui abbiamo nascosto gli scheletri… con la sedia non si apre, ma se la leviamo… e così l’imprenditore fa fatica a levare quella persona così negativa… perché poi quell’area gli torna indietro come problema irrisolto!

E… l’energia? Tante volte vediamo persone che hanno molta energia, ma il loro modo di affrontare la vita li porta ad usare quell’energia – che può essere anche decisamente intensa – in modo più o meno distruttivo.

Antonio aggredisce, crea effetti di cui nemmeno si rende conto, ma è evidentemente duro e sappiamo chi abbiamo di fronte.

Paolo di energia in realtà ne ha molta meno… ma quel poco che gli è rimasto lo usa per mostrare come gli altri sbagliano così da proteggersi. È molto più pericoloso…

Mario, beh, l’energia la ha, deve solo migliorare un po’! Indubbiamente l’augurio è di trovare una persona la cui energia sia effettivamente adoperata per costruire, una persona che crede nel creare qualcosa di valore con gli altri, che ha idee costruttive e lavora per realizzarle.. e ci sono!

Vuoi non incorrere in questo problema? Scopri il nostro servizio di formazione aziendale manageriale!

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